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Vitigni N-O

Elenco dei vitigni di tutto il mondo dalla A allaZ

Nasco: E' uno dei vitigni a bacca bianca più antichi della Sardegna. Il suo nome potrebbe derivare dal latino "Muscus", da cui i termini dialettali Nuscu, Nascu. La sua diffusione limitata all'entroterra del porto di Karales lascia supporre che sia arrivato nell'isola tramite questo approdo. Il vino che se ne produce ha un caratteristico sentore "muschiato", ancor meglio esaltato da un eventuale residuo zuccherino (non a caso la tipologia più frequente è come vino da dessert). Ha foglia media, orbicolare, pentalobata, di colore verde medio; grappolo medio, semi-serrato o semi-spargolo, cilindrico-conico, spesso alato, con due ali marcate e piramidale; acino medio, rotondo, con buccia sottile e morbida, giallo dorata, spesso con screziature marroni e buona presenza di pruina. Ha vigoria media, ma scarsa produttività e poca resistenza ai parassiti.
Nascetta: Nonostante il nome assonante, questo vitigno a bacca bianca non ha alcun legame con il Nasco sardo, differendo da esso per numerosi caratteri ampelografici, soprattutto a carico della foglia.
Un tempo diffusa nell’Albese e segnalata fino a Mondovì, oggi è presente in un areale colturale alquanto ristretto, limitato praticamente al solo Comune di Novello, in provincia di Cuneo.
Vinificata in purezza, dà un vino di colore giallo paglierino con riflessi verdi, dotato di intensi profumi floreali e fruttati, con evidenti richiami di agrumi, ananas, banana e note speziate di miele. Al gusto il vino si presenta mediamente aclolico, con buon equilibrio fra le componenti di acidità, sapidità e morbidezza.
Nebbiera
:
Nebbiolo: Vitigno autoctono piemontese, il cui nome potrebbe derivare da "nebbia", in quanto gli acini sono ricoperti da abbondante pruina; per altri potrebbe derivare dalla stessa parola, ma per il fatto che è un'uva che viene vendemmiata in ottobre avanzato, quando è avvolta dalle nebbie mattutine. Un'altra ipotesi, più antica, gli attribuiva il nome da "nobile", per la sua grande generosità e gagliardia. Si tratta comunque dell'uva rossa italiana più pregiata e difficile; come il Pinot Noir di Bourgogne perde le sue caratteristiche uniche di finezza ed eleganza se piantato fuori della sua regione, così il Nebbiolo, che trova l'apice del suo splendore nelle zone intorno a Barolo e Barbaresco (Piemonte) e in Valtellina (Lombardia), non ha più quello spessore, quella forza e quella "nobiltà" che lo rendono unico al mondo, fuori da quei territori a lui così congeniali. Sono stati identificati tre cloni principali, Lampia, Michet e Rosé. Il Michet è una specie di Lampia colpita da virosi, che dà basse rese ed esprime aromi e gusto particolarmente intensi, mentre il Rosé produce vini dal colore molto scarico e sta via via scomparendo. La maggiorparte dei vignaioli preferisce comunque lavorare su una miscela delle tre uve, proprio per dare al prodotto finale una maggior complessità. Il Nebbiolo è molto usato anche in Valle d'Aosta, dove è chiamato Picoutener, mentre nelle aree piemontesi di Boca, Bramaterra, Fara, Gattinara, Ghemme, Lessona e Sizzano è chiamato Spanna. In Valtellina prende il nome di Chiavennasca. Fuori dell'Italia se ne trova in quantità limitata in Sud America, dove le alte rese ne penalizzano fortemente la qualità, mentre in California si è ottenuto qualche risultato interessante. La foglia è di media grandezza, pentagonale-orbicolare, trilobata, di colore verde bottiglia opaco; grappolo medio-grande, piramidale allungato, alato, piuttosto compatto; acino medio, rotondo-ellissoidale, buccia sottile ma resistente, di colore violaceo scuro, molto pruinosa.  

Negra corriente:
Negrara: Origini:Vitigno a bacca nera il cui nome identifica un gruppo di uve nettamente diverse fra loro, coltivate prevalentemente nel Trentino, in Alto Adige e nel Veneto. Il tipo più comune e caratteristico è la negrara trentina. Fra gli ampelografi, l'Alberti (1896) indica delle "negrare" nella provinia di Verona, mentre il Pollini (1818) rileva coltivazioni di negrare in Valpolicella e in Vall'Illasi. In alcuni casi viene citata una negrara o negronza, che però è diversa dalla cultivar trentina e risulta sia stata utilizzata in passato intorno a Verona. Un vitigno, ormai scomparso, che aveva una notevole somiglianza alla negrara trentina era la negrera di Gattinara. Fra i numerosi sinonimi ricordiamo doleara, terodola o tirodola, negrara comune, negrara veronese, zoveana, dovenzana e, in Alto Adige, edelschwarze e keltertraube. Caratteristiche e esigenze ambientali e colturali:
Ha foglia media, pentagonale (negrara trentina), quasi intera (negrara veronese), trilobata (negronza) o pentalobata; grappolo grande, piramidale allungato con una o due ali, compatto; acino medio-grande, sferoidale o leggermente schiacciato, con buccia spessa e resistente, ricoperta di abbondante pruina, di colore blu-nero. Ha buona produzione, soprattutto con l'utilizzo della pergola. Purtroppo, con l'innesto su piede americano (dopo l'attacco fillosserico), il vitigno ha aumentato fortemente la sua vigoria, cosa che non favorisce una buona qualità nel vino da essa ottenuto.Malattie e avversità:
Ha elevata sensibilità all'oidio, alla peronospora e alla botrite, è facilmente attaccabile dagli acari, dalle tignole e dal marciume dell'uva. Spesso il rachide può seccarsi. Resiste bene ai freddi invernali.
Negrat: Insieme al Corvino ed al Fumat, quest’uva a bacca nera va a costituire un gruppo di vitigni caratterizzati, come suggerisce il nome, da acini con buccia di colore blu-nero.
Oggi pressochè scomparsa, questa varietà non ha mai vissuto una grande diffusione, essendo in passato coltivata solo nel comprensorio del Comune di S. Giorgio della Richinvelda, in provincia di Pordenone. Il vino che se ne ricava è di colore rubino carico, odore vinoso, fresco di acidità, abbastanza sapido, di media struttura.
Negretto
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Negro amaro: Origini: Vitigno a bacca nera di origini incerte, forse introdotto dai greci nella zona Ionica. Il suo nome deriva dal termine dialettale "niuru maru", per il caratteristico colore nero dell'acino e il sapore ticamente amarognolo del vino che se ne ricava. E' molto diffuso in Puglia, in particolare nelle province di Lecce, Brindisi e Taranto. E' anche detto negroamaro, ma ha molti altri sinonimi fra cui nicra amaro, abruzzese, uva cane, arbese, albese, nero leccese, jonico, mangiaverde. E' la sesta uva a bacca nera coltivata in Italia, con circa 32.000 ha.

Caratteristiche e esigenze ambientali e colturali:
Ha foglia grande, pentagonale, quinquelobata o trilobata; grappolo medio, di forma tronco-conica, corto e serrato, raramente con un'ala; acino medio-grande, obovoide, con buccia pruinosa, spessa e consistente, di colore nero-violaceo. Ha produzione abbondante e costante, predilige terreni calcareo-argillosi, ma si adatta bene anche ad altri tipi di terreni e a climi caldi e aridi. Viene allevato prevalentemente ad alberello e a tendone, con potatura lunga o corta.
Malattie e avversità:
E' piuttosto sensibile alla botrytis e, in annate sfavorevoli, facilmente attaccabile dalla tignola; resiste discretamente alle brinate, è poco sensibile all'oidio e alla peronospora.
Negro amaro precoce:
Nera dei Baisi:
Di origine sconosciuta, questo vitigno rosso è diffuso in Trentino in forma sporadica, ha grappolo grande, conico, mediamente compatto e mostra una media sensibilità alle principali malattie della vite.
Quando vinificato in purezza, produce un vino di colore rosso rubino carico, dotato di uno spiccato sentore di piccoli frutti (lampone, mirtillo e mora), con buona alcolicità e acidità equilibrata.

Ner d'Ala: Il Ner d'Ala è ancora coltivato, in ristretto numero di esemplari, nei vecchi vigneti della bassa Valle, principalmente in quelli di Arnad e Montjovet, dove è conosciuto anche come Vernassa o Gros vien; nel centro Valle il vitigno è quasi scomparso, se si eccettuano le poche decine di ceppi reperiti nei vigneti di Chatillon, Saint-Denis, Nus, Quart e Saint-Christophe.Le uve del Ner d'Ala originano un vino dal colore rosso granato, dal profumo intenso, vinoso, leggermente speziato; al palato è asciutto, morbido, di buona struttura.
Negrara: Chiaro nell’etimo del nome il riferimento al colore blu-nero della bacca. Sembra essere stata introdotta nel veronese dal Trentino Alto Adige. Le tipologie di Negrara (Veronese, Trentina, Negronza) sono descritte dal Pollini nel 1818. Ha una diffusione piuttosto limitata. Si trova abbastanza frequentemente nella provincia di Verona, meno in quelle di Vicenza e Padova. La varietà Trentina è invece presente in tutta l’omonima regione.

Négrette:

I vini realizzati con il vitigno Négrette sono caratterizzati da colori vivi e un basso tenore di acidità e di tannini. Per questo motivo vanno bevuti giovani e sono meno adatti all'invecchiamento. Un'uva da vino rosso robusta proveniente dal sud-ovest della Francia e il vitigno più coltivato delle Côtes du Frontonnais. È considerato lo sfidante del Tannat, ma ha aromi più floreali ed è più morbido.
Nerello cappuccio:I
l vitigno Nerello Cappuccio è una delle due varietà di Nerello, diffuse entrambre in Sicilia e Calabria, ma con caratteristiche morfologiche diverse tra loro e coltivate soprattutto in quest'ultima regione. Il termine Nerello deriva sicuramente dalla intensa colorazione delle uve, ma le sue origini sono ignote.
Colore bacca: Nera
Regione: Calabria, Sicilia
Caratteristiche varietali: Il vitigno Nerello Cappuccio ha foglia medio-grande, cuneiforme, intera o trilbata. Il suo grappolo è medio, di forma cilindrica o conica, compatto. L'acino è sferoidale, con buccia pruinosa, consistente, di colore blu-nero.
Coltura ed allevamento: Il vitigno Nerello Cappuccio ha buona adattabilità alle diverse condizioni pedoclimatiche ed è in grado di assicurare una produzione regolare.
Caratteristiche vino: Il vitigno Nerello Cappuccio dà un vino di colore rosso rubino, profumo vinoso e fruttato, con buona struttura gustativa, da preferire come vino di pronto consumo.
Vinificato con il Nerello mascalese produce vini eleganti e di lunga durata.

 Nerello
Sinonimo. Nerello mascalese
Viene coltivato soprattutto nella Locride (RC) e assume numerose specificazioni (ad esempio Carbonaru, Paesano, Nostrale). In alcune località della Calabria con il nome di Nerello viene anche indicato il Sangiovese. Non a caso: il Nerello sembra infatti legato da parentela di primo grado con il Sangiovese. È un vitigno a maturazione media (nella seconda decade di settembre).

Come si presenta in vigna.
Il grappolo a maturità ha dimensioni da medio-grande a grande, mediamente allungato, di forma conica con più ali ricadenti ed estremità appuntita, spargolo o compatto e peduncolo medio, di colore verde. L’acino è di dimensioni medie, ellissoidale corto. La buccia è di medio spessore, ben pruinosa, il colore va dal blu al rosso scuro-violetto. La polpa ha scarsa consistenza.
Attitudini per la viticoltura.
Il Nerello è presente in Calabria in particolare nelle zone di collina o di bassa montagna; è stato osservato nei vecchi vigneti allevato ad alberello, mentre nei nuovi impianti viene utilizzata la spalliera. È molto sensibile alla peronospora e, in alcune condizioni, alla muffa, al marciume acido e alla siccità.
Impiego.
Le uve vengono usate solo per la vinificazione.


Nerello mascalese: Il Nerello mascalese ed il Nerello mantellato (o cappuccio) devono il loro nome alla caratteristica colorazione. Probabilmente originario della piana di Mascali (CT), dove è tuttora coltivato, il Nerello è un vitigno da sempre alla base dei vini dell’Etna e si distingue in due sottovarietà: il Nerello mascalese ed il Nerello cappuccio, così chiamato per la forma che assume la sua pianta allevata ad alberello. I Nerelli hanno una discreta diffusione sul territorio siciliano e sono alla base delle due DOC Etna e Faro, ma rientrano anche nelle DOC calabresi Lamezia e Sant’Anna di Isola Capo Rizzuto.
Neretto di Bario
: La famiglia dei Neretti, piuttosto numerosi in Piemonte, deve il suo nome alle caratteristiche tintòrie delle uve, usate in passato per conferire colore ad altri vini. Il Neretto di Bario (o di San Giorgio) è una varietà tipica del canavese del quale non si hanno informazioni di provenienza certe. Se ne hanno le prime citazioni nel 1817, grazie alle opere di Gallesio. Il Neretto di Bario è diffuso solo ed esclusivamente nel canavese, dove, tranne alcune rarissime interpretazioni in purezza, entra generalmente a far parte della DOC Rosso Canavese.

Nero buono di cori: Il Nero buono di Cori deve il suo nome al Comune di Cori dove è sempre stato presente come vitigno preferito ad altre varietà locali. Vitigno di origine sconosciuta, il Nero buono di Cori si caratterizza per il grappolo serrato di medie dimensioni con buccia spessa e pruinosa. Recuperato e rilanciato mediante ricerche e sperimentazioni che ne hanno documentato le peculiari caratteristiche qualitative, il Nero buono di Cori è però tuttora una varietà di scarsa diffusione, limitata esclusivamente a piccole aree delle provincie di Roma e Latina. Cori è un antico paese, immerso tra gli uliveti ed i vigneti delle colline Lepine. 50 Km. a sud di Roma.
Nero d'Ala: Chiamato anche Vernassa o Gros vien, questo vitigno valdostano a bacca nera dalla tradizione più che secolare è ancora presente nei vecchi vigneti della bassa Valle, da Arnad a Montjovet, ma è pressochè scomparso dal resto della Valle, classificandosi come varietà in via di estinzione, pur essendo la sua tolleranza alla avversità climatiche ed alle principali patologie abbastanza buona. Da sempre utilizzato in uvaggio per conferire colore e aromaticità ai mosti, se viene vinficato da solo genera un vino di colore rosso granato, dal profumo intenso e vinoso, leggermente speziato. Al gusto appare asciutto, gradevole, di buona alcolicità e struttura.
Nero d'Avola: Conosciuto anche come "Calabrese", indurrebbe a crederne la provenienza dalla Calabria. In realtà, pur non essendo stato possibile ricostruirne le origini, questo vitigno a bacca nera dimora da secoli quasi esclusivamente in Sicilia e rappresenta una delle migliori uve rosse della regione. Ha molti sinonimi, tra cui "Calabrese d'Avola", "Calabrese nero", "Calabrese pizzutello", "Calabrese dolce". I produttori dell'isola votati alla qualità lo utilizzano frequentemente anche da solo per produrre vini di corpo e finezza aromatica, capaci spesso di lungo invecchiamento.
Caratteristiche e esigenze ambientali e colturali:
Ha foglia grande, orbicolare, intera; grappolo medio, conico, con un'ala, spesso composto e mediamente compatto; acino medio, ellissoidale od ovale, con buccia pruinosa, di medio spessore, molto resistente, di colore bluastro. Ha produzione regolare, predilige forme di allevamento poco espanse, ad alberello o a spalliera, necessita di potatura corta e povera.
Caratteristiche e esigenze ambientali e colturali:
Ha foglia grande, orbicolare, intera; grappolo medio, conico, con un'ala, spesso composto e mediamente compatto; acino medio, ellissoidale od ovale, con buccia pruinosa, di medio spessore, molto resistente, di colore bluastro. Ha produzione regolare, predilige forme di allevamento poco espanse, ad alberello o a spalliera, necessita di potatura corta e povera.
Nero grosso: Chiamato anche Grosso nero, questo vitigno rosso è diffuso su una ridotta superficie in provincia di Catania e Ragusa, dove viene esclusivamente vinificato in uvaggio con altre varietà locali.
Non sono note le caratteristiche organolettiche dei vini ricavati dalla sua vinificazione in purezza.
Neyre

Nieddera: Il termine nieddu significa in sardo “nero”.
Da qui il nome Nieddera, ad indicare un vitigno dalla buccia scura, in grado di dare origine a vini fortemente colorati. Nulla si sa di certo su questa antica varietà sarda, anche se, secondo alcuni Autori, il Nieddera sarebbe un particolare biotipo di Carignano, nota varietà autoctona sarda. Il Nieddera è diffuso in pochissimi esemplari nelle zone di Cagliari, Nuoro ed Oristano.
Trova in Còntini, in assoluto, il suo interprete migliore.
Nieddu mannu: Sinonimi:Tieddu Mannu, Niedda Mannu.
Secondo la versione più attendibile si tratterebbe di un vitigno originario della Sardegna, che deriva probabilmente dal Pascale di Cagliari, questa ipotesi è basata sulla notevole somiglianza ampelografia tra le due varietà. Già agli inizi del secolo scorso il Marzotto 1925, lamentava questa grande incertezza ampelografia. La notevole confusione rispetto alle origini e alla precisa identificazione è dovuta anche al nome Niedda o Nieddu, che sull'isola è davvero molto comune e spesso associato a diversi vitigni. Una varietà utilizzata esclusivamente per la vinificazione sia in purezza sia in taglio con altri vitigni, è iscritto da tempo al Registro Nazionale ed è un vitigno raccomandato alla coltivazione nella sola provincia di Nuoro.
Il grappolo è di grosse dimensioni, piramidale, alato di media compattezza.
L'acino è grosso, sferoidale, con buccia pruinosa, di medio spessore, consistente, di colore che può essere dal rosso acceso al blu violaceo. Le uve generalmente sono raccolte intorno alla metà di ottobre.

NigraNobling
Nocera
: Pressochè sconosciuto, questo vitigno a bacca nera è considerabile a tutti gli effetti una vera e propria reliquia ed è diffuso in pochi esemplari nella sola provincia di Messina.

Fra le ragioni del suo progressivo abbandono probabilmente bisogna annoverare la marcata sensibilità alle principali malattie crittogamiche, visto che le sue potenzialità enologiche sembrano per contro molto interessanti.
Il vino che si ricava dalla sua vinificazione in purezza mostra infatti un bel colore rosso rubino intenso, una buona aromaticità e una struttura gustativa ricca di acidità e composti polifenolici.
Nosiola: Le interpretazioni del nome sono varie e interessanti: in dialetto trentino Nosiola significa “nocciola”; dunque potrebbe richiamare la tipica impronta aromatica del vino, che ricorda proprio le nocciole selvatiche reperibili nei boschi che circondano i laghi della zona, oppure il colore degli acini maturi, simile a quello delle nocciole. Le origini storiche di questo vitigno sono sconosciute, ma la sua presenza è documentata nella regione a partire dal Concilio di Trento. Coltivata nella Valle dei Laghi, fra Trento e Riva del Garda, la Nosiola ha messo radici anche sulle colline di Lavis e in qualche zona della Vallagarina e della val di Sarca. Fa qualche comparsa sporadica nel comprensorio del lago di Garda lombardo e veneto.
Notardomenico: Origini:Detto anche Notar Domenico, questo vitigno a bacca nera è presente da molto tempo nella zona intorno a Brindisi, ma è scarsamente coltivato. Il suo utilizzo è esclusivamente in uvaggio con altre varietà . Il Di Rovasenda (1877) ne fa citazione ma senza alcuna descrizione. Nella zona tra Caroviglia e Ostuni è coltivato inseme all'Ottavianello.
Caratteristiche e esigenze ambientali e colturali: ha foglia media, pentagonale od orbicolare, pentalobata; grappolo medio, conico o cilindrico, semplice o alato, mediamente compatto o lasco; acino medio, sferoidale ma non uniforme nelle dimensioni, con buccia abbondantemente ricoperta di pruina, sottile e tenera, di colore rosso scuro-violetto. La produzione è discreta con elevata resa in mosto; in terreni molto fertili può avere un eccesso di vigoria.
Malattie e avversità: ha buona tolleranza alle avversità climatiche e ai principali agenti parassitari.
Nuragus: Suggestiva è l’assonanza con le tipiche costruzioni preistoriche, a forma di tronco di cono, di cui è costellata la Sardegna. Alcuni studiosi però fanno risalire il termine alla lingua semitica, dove nur equivale a fuoco. Vitigno autoctono sardo, c’è chi sostiene sia giunto nell’isola per opera dei Fenici. Tipico ed esclusivo della Sardegna, costituisce il vitigno principale, coltivato diffusamente in tutte le quattro province. Nella provincia di Cagliari è il protagonista della Doc Nuragus di Cagliari, dove viene prodotto nelle tipologie secco e amabile, anche in versione frizzante. Si tratta di una varietà facilmente adattabile, resistente a epidemie e parassiti, dotata di ottima vigoria. Per questo è chiamata localmente Abbondosa, Axina Scacciadeppidus (uva scacciadebiti), Axina Is Paberus (uva dei poveri) e Preni Tineddus (riempi tini).

Occhi di lepre: Recuperato come «Occhju i lepru» in diverse località dell’estremità meridionale della Calabria, è presente in questa regione in modo sporadico, tanto che l’Occhi di lepre costituisce più che altro una curiosità che si incontra raramente nei vecchi vigneti della costa ionica meridionale. È un vitigno a maturazione medio-tardiva (nella terza decade di settembre o nella prima di ottobre).
Come si presenta in vigna. Il grappolo a maturità ha dimensioni medie, piuttosto lungo, di forma conica o più spesso cilindrica, nettamente compatto e con peduncolo medio o medio-corto, di colore verde. L’acino è piccolo, ellissoidale corto. La buccia è spessa, molto pruinosa, di colore giallo paglierino-ambrato e ha una sfumatura grigiastra. La polpa è molle, di sapore neutro.
Attitudini per la viticoltura.
Occhi di lepre è un vitigno sensibile alla siccità estiva e, in minor misura, alla peronospora.
Impiego.
Le uve vengono usate tradizionalmente solo per la vinificazione, spesso in uvaggio con altre varietà.

Olivella nera: Il curioso nome di questa varietà a bacca nera fa riferimento alla forma dell’acino, che ricorda l’oliva sia nella forma ovaloide che nel colore violaceo.
A lungo confusa con il vitigno Sciascinoso, a causa della somiglianza morfologica fra le due varietà, l’Olivella è risultata invece essere un vitigno a sè stante, fra i più vecchi della Campania, idoneo alla produzione di vini di grande pregio.
Nella media è sia la sua tolleranza alle principali malattie crittogamiche che la resistenza alle avversità climatiche.
Concorre alla produzione di uno dei più famosi vini campani, il vino DOC Lacryma Christi del Vesuvio, nelle tipologie Rosso e Rosato, prodotto in quindici Comuni in provincia di Napoli, localizzati sulle pendici del vulcano.

Optima

L'incrocio fra Sylvaner x Riesling x Müller-Thurgau è stato approvato per la coltivazione in Germania nei primi anni '70. Essendo suscettibile alla botrytis cinerea, il vitigno è ottimo per la produzione di vini dolci. Nuova varietà tedesca – il cui mosto raggiunge un elevato peso specifico – che matura molto presto ed è famosa principalmente in Gran Bretagna.

Ortega

L'uva è stata chiamata dal viticoltore Hans Breider in onore del suo poeta preferito, lo spagnolo José Ortega y Gasset (1883-1955), famoso per essere stato un grande appassionato di vini.Un incrocio tra Müller-Thurgau x Siegerrebe. Dà vini corposi, morbidi e fruttati con un aroma profumato, simile al Gewürztraminer.
Ortrugo: Origini Altrugo de Rovescala, Barbesina, Barbesino bianco, Barbsin bianco, Trebbiano di Tortona, Vernasino bianco, Vernesina, sono alcuni dei numerosi sinonimi attribuiti a questa varietà a bacca bianca, coltivata prevalentemente nella provincia di Piacenza. Nel Bollettino Ampelografico del Ministero dell'Agricoltura veniva riportato come Altrugo o Artrugo (1881) da cui ha probabilmente origine il nome attuale. L'Anderson lo cita con l'appellativo "rispettabile" e il Toni (1927) è il primo a parlarne come vitigno bianco da vino coltivato appunto in provincia di Piacenza. Per un certo periodo l'Ortrugo ha avuto una buona diffusione in tutta l'Emilia, ma oggi ha perso importanza e si trova più facilmente mescolato ad altre varietà, fra cui la Malvasia bianca.
Caratteristiche e esigenze ambientali e colturali:
Ha foglia grande, leggermente reniforme, trilobata o, più raramente, pentalobata; grappolo grande, cilindrico-conico, molto compatto e spesso con un'ala; acino medio, sferoidale con buccia pruinosa, consistente e molto resistente, con l'epidermide giallo-verdastra leggermente punteggiata. Necessita di terreni a medio impasto, moderatamente calcarei e non umidi, soprattutto durante la maturazione della pianta. Ha una produzione molto abbondante e costante, il sistema di allevamento migliore è il Guyot con potatura mista.Malattie e avversità:

A causa della sua notevole compattezza, che non gli consente una buona aerazione, e' piuttosto sensibile al marciume. Può subire l'attacco della tignoletta, è sensibile alla carenza di magnesio e al disseccamento del rachide.
Oseleta: Come altre uve assonanti, anche questa cultivar a bacca nera deve il suo nome al gradimento che gli uccelli mostrano verso le sue bacche.
Secondo alcuni Autori derivante dalla domesticazione di uve selvatiche locali, l’Oseleta, chiamata anche Oselina, è attualmente al centro di un forte interesse dovuto alle ottime potenzialità qualitative, pur essendo la sua produttività bassa ed incostante, ragione probabile del suo graduale abbandono.
Il vino che se ne ricava è di colore rosso rubino molto carico, con intensi aromi fruttati e speziati, strutturato, sapido e persistente.
Si presta anche all’appassimento in fruttaio per la produzione dell’Amarone.
Ottonese:
Diffuso esclusivamente in alcune aree del Frusinate, questo vitigno a bacca bianca di origine sconosciuta è caratterizzato da grappoli medio-grandi dal colore giallo dorato e da un’elevata resistenza alla maggior parte delle crittogame.

Se vinificato in purezza, produce vini di colore giallo paglierino con riflessi verdognoli, aroma fragrante e delicato e acidità sostenuta; ottimo come base spumante.
La varietà è inserita nel progetto regionale di selezione clonale.